Davanti a un elefante

27 Lug , 2026 - La parte che resta

Davanti a un elefante

Il racconto di Federica

Federica è seduta accanto al finestrino, sul volo che ci porterà a Bangkok. Per qualche ora non ci diciamo quasi nulla.

Ha le cuffie, lo sguardo rivolto fuori e quell’espressione difficile da interpretare di chi è già partito, ma non è ancora arrivato. Intorno a noi il volo segue la sua routine: bagagli sistemati, cinture allacciate, annunci, luci che si abbassano. Eppure, nel posto accanto al mio, sta succedendo qualcosa che non riguarda soltanto uno spostamento geografico.

Federica sta attraversando una distanza molto più lunga di quella indicata sulla mappa.

Ci parliamo quando arriva il primo pasto. Si toglie le cuffie e cominciamo a raccontarci. Non ricordo quale sia stata la prima domanda, né chi dei due abbia iniziato davvero. Ricordo invece la sensazione di trovarmi davanti a una persona sospesa tra due momenti della propria vita.
Fino al giorno prima era una ragazza che desiderava partire per l’Asia. Adesso era una ragazza che lo aveva fatto.
La differenza sembra minima, quasi grammaticale. In realtà, tra desiderare qualcosa e assumersi la responsabilità di viverla può esserci una distanza enorme.

Federica era seduta esattamente lì, nel punto in cui quella distanza aveva smesso di esistere.

La parte che resta

La parte che resta è una rubrica dedicata alle tracce che il viaggio lascia nelle persone. Non alle destinazioni intese come un insieme di luoghi da vedere, ma a ciò che accade dentro chi parte, durante l’assenza e soprattutto dopo il ritorno.

Ogni viaggio produce una narrazione visibile: fotografie, itinerari, incontri, imprevisti. Ne esiste però un’altra, più difficile da riconoscere. È fatta di convinzioni che si incrinano, paure che cambiano forma, parti di sé che trovano finalmente spazio e domande che continuano a esistere anche quando il viaggio è finito.

Questa è la storia di Federica e del suo primo viaggio da sola oltre l’Europa.

È anche la storia di una partenza che non nasce dal desiderio di fuggire, ma dall’impossibilità di restare ancora ferma.

Il territorio del “se”

Prima della Thailandia c’erano stati tre Cammini di Santiago: il Portoghese, il Francese e l’Inglese.
Esperienze attraverso le quali Federica aveva imparato a riconoscere i propri tempi e a fare affidamento su se stessa. Il Cammino era stato, nelle sue parole, «il training perfetto per acquisire un po’ di fiducia nel mondo e in me stessa».
Le aveva lasciato anche una prima certezza:

«Da sola non lo sono mai, a meno che non sia io a volerlo.»

Eppure, l’Asia aveva un peso diverso.

Quando le chiedo perché proprio la Thailandia, non cerca di costruire una risposta che non possiede.

«Non so dirti perché proprio l’Asia, men che meno perché la Thailandia. So solo che volevo andare da quelle parti ormai da tempo e che desideravo profondamente viverne un po’.»

A volte una scelta importante non nasce da una certezza. Nasce dalla persistenza di un desiderio che continua a tornare, anche quando proviamo a rimandarlo.
Federica viveva da tempo nel territorio del “se”. Un luogo immobile, costruito con possibilità mai realizzate e futuri sempre spostati un po’ più avanti. Se avessi più tempo. Se fossi pronto. Se trovassi il momento giusto. Se partissi davvero.
Mi piace immaginare il “se” come uno spazio interiore. Le sue pareti sono fatte di desiderio, il terreno di ipotesi e il cielo di possibilità. Permette di immaginare una vita diversa senza doverla affrontare. Mantiene intatti tutti i futuri possibili, ma impedisce loro di diventare esperienza.

Una sera di fine settembre, Federica apre il computer per guardare i voli. Non pensa ancora di comprarli. Sta soltanto dando un’occhiata, come si fa quando si vuole avvicinare un desiderio senza correre il rischio di realizzarlo.
Poi qualcosa cambia.

«Ero stanca di rimanere nel limbo del “se”, fatto di fantasie ed emozioni soffocate dall’attesa di un domani.»

Quella sera, tra le diverse voci che le si muovono dentro, una riesce finalmente a prevalere. Federica la chiama «la vocina coraggiosa». Intorno ci sono la noia, l’ansia per il tempo che passa, la rabbia, la paura e una quotidianità nella quale non riesce più a riconoscersi.
Non controlla due volte la compagnia aerea, il bagaglio o gli orari. Compra i biglietti quasi incoscientemente, reagendo a quella che descrive come «una stasi emotiva che mi stava lentamente seppellendo».

Ci sono momenti nei quali restare fermi non rappresenta più la scelta sicura, ma il rischio maggiore. La vita continua a funzionare, le giornate si susseguono, gli impegni vengono rispettati. Eppure, sotto quella normalità, cresce la percezione di non stare partecipando davvero alla propria esistenza.

Federica compra un biglietto di andata e uno di ritorno.

«Un plurale che mi pesava ancor prima della partenza», racconta.

Forse, dopo i Cammini di Santiago, aveva imparato che un viaggio può procedere seguendo il passo di chi lo compie, senza essere continuamente misurato dalla data in cui dovrà finire. Quei due biglietti, invece, racchiudono già l’intera esperienza: stabiliscono il momento della partenza e, prima ancora che tutto cominci, quello in cui dovrà tornare.

Nel peso che attribuisce a quel plurale sembra affiorare una prima intuizione: il tempo concesso alla Thailandia non le sarebbe bastato.

Radici e catene

Dopo l’acquisto arrivano l’euforia, il pianto, una notte insonne e un sorriso difficile da contenere.

«Ho pianto e riso contemporaneamente. Ho saltato dalla gioia e urlato per l’incredulità.»

Soltanto qualche giorno dopo compare l’ansia. Non riguarda l’aereo, la Thailandia o il fatto di viaggiare da sola. Riguarda i suoi genitori e il momento in cui dovrà comunicare loro la decisione.
Quando le chiedo quale fosse la sua paura più grande, la risposta è immediata:

«Morire lontana dalla mia famiglia. Non la morte in sé, ma l’idea di arrecare loro un dolore così grande.»

Non teme soltanto ciò che potrebbe accadere a lei. Teme il senso di colpa che i suoi genitori finirebbero per attribuirsi per non averle impedito di partire.

«Ma non avrebbero mai potuto. Nessuno può.»

Durante il viaggio Federica comprende che quella paura non appartiene interamente alla partenza. È anche il risultato di ansie familiari assorbite nel tempo, preoccupazioni depositate dentro di lei fino a diventare quasi indistinguibili dalle proprie.
Le paure di chi ci ama passano spesso attraverso raccomandazioni, silenzi, sguardi e scenari peggiori ripetuti in nome della protezione. Nascono dalla cura, ma possono trasformarsi in un limite.
Partire significa allora compiere anche un lavoro di separazione. Non dalle persone, ma dalle paure ricevute da loro. Significa domandarsi se ciò che ci trattiene appartenga davvero alla nostra percezione del rischio o alla difficoltà altrui di immaginarci lontani.

Federica non elimina la paura. La porta con sé e prova a comprenderne il linguaggio.

«La paura è importante. Non va sottovalutata, ma ascoltata per capire quando assecondarla, oltrepassarla o superarla.»

Non parte perché ha smesso di avere paura, ma perché ha deciso che quella paura non avrebbe scelto al posto suo.

Tra ieri e domani

Sul volo per Bangkok prova gratitudine, entusiasmo, stupore e impazienza. Per le prime ore dopo il decollo non ha voglia di parlare.

«Ho voluto respirare bene quel momento, tra la me di ieri e quella seduta in quel posto accanto al finestrino.»

È forse questa la vera origine del viaggio: non il decollo, non il timbro sul passaporto, ma l’istante in cui diventiamo consapevoli che qualcosa è già cambiato.
Federica non sa ancora cosa troverà in Thailandia. Non conosce le persone che incontrerà, i luoghi in cui dormirà o le difficoltà che dovrà affrontare. Sa però di aver superato il punto nel quale avrebbe potuto continuare a raccontarsi che sarebbe partita “prima o poi”.

Quando cominciamo a parlare, ci scambiamo frammenti di vita. Sogni realizzati, percorsi interrotti, desideri ancora da rincorrere.
Nell’intervista, Federica ricorda quella conversazione come «uno scambio di pezzetti e riassunti di vita, sogni percorsi, rincorsi e da rincorrere».

Io la ricordo come l’incontro con una persona che aveva appena compiuto un gesto più grande di quanto, in quel momento, riuscisse probabilmente a misurare.
Non perché stesse andando dall’altra parte del mondo.

Perché aveva scelto di andarci.

La prima strada da attraversare

La Thailandia le appare lontana fin dal primo passo fuori dall’aereo.

«La temperatura, il tasso di umidità, i cartelli stradali solo in thailandese, le masse di cavi elettrici aggrovigliati, le nonne che sfrecciano in motorino, le corse folli in tuk-tuk e il senso di marcia invertito.»

Ogni dettaglio conferma la distanza. Eppure, quella distanza non produce estraneità.
Federica si sente «lontana, ma al mio posto». Lontana da casa e, proprio per questo, più vicina a se stessa.

«Nel mio banco di scuola, dove la vita, non solo la mia, mi fa da maestra.»

Essere altrove non significa automaticamente ritrovarsi. A volte ci limitiamo a trasportare la stessa distrazione e le stesse abitudini in un paesaggio differente. Nel suo caso, invece, la lontananza diventa attenzione.
Appena arrivata a Bangkok decide di raggiungere l’ostello con i mezzi pubblici. Il percorso indicato sembra semplice: un treno, due autobus e un breve tratto a piedi.

Il primo treno è quello giusto. Dopo, le indicazioni diventano confuse. Federica si ritrova in un grande incrocio, circondata da fermate indistinguibili e senza riferimenti comprensibili. Decide di proseguire a piedi.
Indossa pantaloni invernali, porta una felpa di pile su un braccio, uno zaino sulle spalle e un marsupio. Non ha dormito e il caldo di Bangkok comincia a scioglierla.
Dopo alcuni chilometri raggiunge una strada a tre corsie, senza attraversamenti pedonali.
Deve soltanto raggiungere l’altro lato della carreggiata. Eppure, in quel momento, quella strada contiene tutto: la distanza da casa, la stanchezza, il disorientamento e la necessità di trovare da sola una soluzione.

Federica vede una ragazza lungo il fiume e prova a parlarle in inglese. La ragazza non comprende le parole, ma capisce la richiesta. Ferma un bambino in bicicletta e le fa segno di seguirlo.
Il bambino si immette nella strada con assoluta naturalezza. Le automobili rallentano e si fermano. Nessuno suona, nessuno protesta. Federica attraversa, incredula.

«In quel momento nella mia testa risuonavano proprio quelle parole: “Fede, ce la stai facendo”.»

Poi arriva un secondo pensiero:

«Mio cugino Claudio aveva ragione: i thailandesi hanno uno stile di vita simile ai capibara. Non hanno il senso della paura.»

Anche questo è Federica: la capacità di attraversare un momento importante senza rinunciare all’ironia.

La fiducia raramente arriva come una rivelazione. Più spesso si forma in episodi piccoli: una strada attraversata, un mezzo trovato, una notte superata, una conversazione iniziata senza conoscere la lingua.

Non è la difficoltà in sé a trasformarci. È il ricordo di essere stati capaci di affrontarla.

La solitudine come spazio

Quando le domando come sia cambiato il suo rapporto con la solitudine, Federica corregge implicitamente la domanda: la solitudine, in viaggio, non l’ha mai spaventata.

«L’idea di ritrovarmi da sola in un posto sconosciuto mi entusiasma da sempre. Mi fa venire quel brividino della scoperta, dell’inaspettato, del nuovo.»

Per lei, viaggiare senza compagnia non significa difendersi dall’assenza degli altri. Significa creare le condizioni per incontrarli in modo diverso.
Quando si parte con qualcuno, una parte importante dell’esperienza rimane inevitabilmente dentro la relazione. Si commentano insieme i luoghi, si prendono decisioni condivise, si riempiono i silenzi con una presenza familiare. Da soli, lo spazio intorno si allarga.

Si osserva di più. Si chiede aiuto. Si accettano conversazioni che, in altre circostanze, non avrebbero avuto inizio.

«Quando sei da sola e hai voglia di parlare lo fai, in qualsiasi modo, con chiunque ti ispiri parola.»

Il viaggio le regala Aleksa, una ragazza greca con cui nasce un legame fraterno. Perla, conosciuta alle Phi Phi Islands, con la quale esplora gli isolotti meno frequentati. Poi Jenny, Andres, Maro, Kepa e molte altre persone di cui conserva le storie anche quando i nomi cominciano a sbiadire.

«Tutte diverse. Alcune utili a rendere speciale quel momento, altre solo di passaggio, altre ancora ascoltate per restare.»

Non tutti gli incontri sono destinati a durare. Alcuni esistono per un pomeriggio, un tragitto, una difficoltà condivisa. Pretendere che ogni legame continui significherebbe forse sminuire il valore di quelli che hanno avuto senso proprio perché brevi.

Ci sono persone che attraversano la nostra vita senza restarvi. La parte che resta può essere il modo in cui, dopo averle incontrate, osserviamo qualcosa che prima non riuscivamo a vedere.

Partire senza lasciare indietro nulla

Quando le chiedo quale parte di sé abbia dovuto lasciare andare per riuscire davvero a stare in quel viaggio, Federica risponde senza esitazione:

«Nessuna. Le ho portate tutte con me. Tutte dovevano vivere quell’esperienza.»

È una risposta che contraddice la narrazione del viaggio come strumento attraverso il quale liberarci magicamente di ciò che non ci piace. Si parte per lasciarsi alle spalle la paura, l’insicurezza, la rabbia, la persona che eravamo.
Ma le parti di noi non restano ferme in aeroporto.

Federica porta con sé i difetti, i pregi, l’euforia, la pesantezza, la logorrea, la noia e tutte le emozioni che compongono il suo modo di stare al mondo.

«Sono partita da sola, ma intera.»

Non possiamo trasformare ciò che rifiutiamo di riconoscere. Per cambiare una parte di noi dobbiamo prima permetterle di esistere, osservarla mentre reagisce a situazioni nuove, capire quando ci protegge e quando ci limita.

«Non posso semplicemente liberarmi di una parte di me appena prima di iniziare il mio prossimo viaggio, o quella parte rischierebbe di rimanere tale e quale in attesa che io ritorni.»

Federica non parte per diventare un’altra persona. Parte per vivere tutte le persone che è già, fuori dal contesto nel quale hanno imparato a comportarsi sempre nello stesso modo.

La crescita non coincide necessariamente con la perdita. A volte consiste nell’aggiungere nuove possibilità al nostro modo di reagire.
Come dice lei: «Per migliorarmi devo vivermi in tutte le mie sfumature, per poi trasformarle in colori che non conosco».

L’inferno accanto al paradiso

La Thailandia non si presenta come un luogo perfetto. Federica ne coglie presto le contraddizioni.

Ci sono il sapore del mango, della papaya e del passion fruit, il cibo servito nelle foglie di banano, l’accoglienza e una fiducia verso l’essere umano che la sorprende. Ci sono una diversa percezione del tempo e un rapporto con il corpo che sembra custodire conoscenze antiche.
Ci sono però anche montagne di plastica dietro spiagge bellissime, bambini al lavoro, animali modificati da abitudini sbagliate e forme di benessere tradizionale rivolte quasi esclusivamente a chi arriva da fuori e può permettersele.

«Mi ha colpito tutto, il paradosso tra l’inferno e il paradiso.»

Il viaggio rende più complesso ciò che osserviamo. Non dovrebbe confermare l’immagine che avevamo già costruito di una destinazione, ma costringerci a vederla contraddirsi.

Tra i ricordi che restano c’è un marinaio di circa cinquant’anni. Parla a Federica dell’arte italiana, del Milan e dei suoi tre figli. Poi le racconta una promessa che teme di non riuscire a rispettare: visitare l’Italia almeno una volta nella vita.

Mentre lo dice, scoppia a piangere.

«Addosso mi sono rimaste impresse le lacrime di quel marinaio.»

Per Federica, l’Italia è il luogo dal quale ha avuto bisogno di allontanarsi. Per quell’uomo rappresenta una meta forse irraggiungibile.

Spesso chiamiamo quotidianità ciò che qualcun altro chiamerebbe sogno. E immaginiamo la libertà proprio nel luogo verso il quale un’altra persona desidera partire.

Una collana senza parole

Una notte Federica rientra nel proprio bungalow sulla spiaggia e trova una blatta enorme.
Ha il terrore degli insetti. Richiude immediatamente la porta e corre a cercare aiuto. L’unica persona ancora sveglia è un’anziana del villaggio, che non parla inglese.

La donna entra nel bungalow, schiaccia l’insetto a piedi nudi, lo raccoglie con le mani e se ne va sorridendo.

«Mi lascia così, scioccata per la naturalezza di quel gesto.»

La mattina seguente Federica deve partire. Durante i saluti, la stessa donna si toglie la collana che porta al collo e insiste perché lei la accetti. È un modo per chiederle scusa, benché non ci sia nulla per cui scusarsi.

Federica aveva scelto di dormire in una casa di bambù, immersa nella natura. Non era la blatta ad aver invaso il suo spazio. Era lei a essere entrata nel suo.

La collana diventa il residuo materiale di un incontro avvenuto quasi senza parole. Un gesto che contiene accoglienza, cura e una generosità che non ha bisogno di essere spiegata.

Poco dopo si trasferisce in un altro bungalow, questa volta nel mezzo della giungla. Anche lì la paura degli insetti continua a seguirla. Osserva le aperture tra le pareti, le ragnatele e la zanzariera. La sua mente produce scenari e mostri possibili.
Eppure, è felice. Non perché la paura sia scomparsa, ma perché non è più lei a decidere la qualità di quel momento.

La penultima notte arriva un’intossicazione alimentare. Federica è sola, sente freddo, suda e non riesce ad assumere medicine.

«Ho iniziato a contare i miei respiri per riuscire a prendere sonno. All’alba ancora contavo.»

La libertà del viaggio in solitaria viene raccontata spesso attraverso la possibilità di scegliere, cambiare programma e incontrare persone nuove. Meno frequentemente si parla dei momenti in cui non esiste nessuno a cui consegnare la propria vulnerabilità.

In quelle ore, l’indipendenza smette di essere un’idea affascinante. Diventa il corpo che resiste fino al mattino.

Tornare con più spazio

Quando le chiedo se sia tornata diversa, Federica rifiuta ancora una volta una risposta semplice.

«Dal viaggio in Thailandia, come da ogni altro, non sono tornata diversa. Direi un pochino più adulta di prima, ma anche bambina. Sono tornata con dei pezzettini in più e qualche peso in meno.»

L’idea che ogni partenza debba produrre una trasformazione radicale è una delle aspettative più ingombranti costruite intorno al viaggio. Non tutte le esperienze dividono la vita in un prima e in un dopo. Alcune lavorano più lentamente, aggiungendo significati a ciò che già eravamo.

Federica ha conosciuto abitudini che prima poteva soltanto immaginare, incontrato forme di umanità alle quali non era abituata e osservato la profondità degli occhi degli elefanti.

Soprattutto, è tornata con una maggiore consapevolezza della propria ignoranza.

«Mi porto dietro una crescita umana, emotiva, spirituale e culturale, insieme alla consapevolezza della mia estrema ignoranza.»

Più il mondo si mostra vasto, più diventa evidente la misura di ciò che non conosciamo.

Federica descrive ciò che rimane attraverso l’immagine di due bagagli:

«Mi porto dietro uno zaino pieno in ogni sua tasca e la coscienza di un grande bagaglio vuoto da riempire, che aspetta solo me.»

Il viaggio non ha colmato la distanza tra lei e il mondo. L’ha resa visibile.

Ed è forse questa la ragione per cui tornare può diventare difficile. Non perché ciò che abbiamo vissuto non sia stato sufficiente, ma perché ci ha mostrato quanto altro esista.

«Quel tanto è niente rispetto a tutto quello che c’è ancora da sapere, vedere, sentire, imparare, vivere.»

Il desiderio non si esaurisce. Si moltiplica.

Davanti a un elefante

Se Federica potesse tornare sul volo per Bangkok e sedersi accanto alla persona che era, non le rivolgerebbe un discorso solenne.

Le direbbe: «Ce ne hai messo di tempo. Finalmente».

Le direbbe di continuare da quel punto, di ascoltarsi, di togliere i “se” e lasciare spazio all’essere. Le ricorderebbe che nessuno verrà a bussare alla sua porta per cambiare la sua vita e che, in alcuni momenti, scegliere significa assumersi la responsabilità tanto delle proprie mosse quanto delle proprie immobilità.

Forse le suggerirebbe anche di trovare il coraggio di perdere il volo di ritorno.

Quel volo, però, Federica lo prende.

Torna a casa con le persone incontrate, la collana ricevuta nel villaggio, le strade attraversate, le notti difficili e le conversazioni iniziate senza sapere dove avrebbero portato. Torna con l’immagine degli elefanti e con la profondità dei loro occhi.

Ha scelto infatti un titolo preciso per raccontare quel viaggio: Davanti a un elefante.

Forse perché davanti a qualcosa di così grande non è più possibile fingere di occupare il centro della scena. Ci si sente piccoli, ma non insignificanti. Si comprende che il mondo non è stato costruito per rispondere alle nostre paure, ai nostri tempi o alle nostre aspettative.

Resta lì, immenso, anche quando noi non lo guardiamo.

Partire significa forse soltanto questo: arrivare abbastanza lontano da riuscire, finalmente, a vederlo.

Roberto Scarapazzi

Un ringraziamento speciale a Federica T., per aver aperto il suo bagaglio di ricordi e condiviso la sua storia con questa rubrica.


3 Responses

  1. E’ stata un’esperienza importante ma azzardata!! Nessuno è tenuto a dimostrare niente nemmeno a se stesso!
    Da genitore ho patito un’ansia terribile!!
    Sarò in vecchio brontolone ma questa esperienza non l’ho condivisa!

    • Capisco perfettamente la sua ansia da genitore, è un sentimento del tutto naturale e legittimo. Ha perfettamente ragione sul fatto che nessuno sia tenuto a dimostrare nulla, né agli altri né a se stessi.Tuttavia, credo che se una ragazza sente il desiderio profondo di vivere un’esperienza simile per sua scelta personale, sia giusto che lo faccia. Da neo genitore, il mio timore più grande è proprio questo: trasmettere a mia figlia ansie che possano frenarla dal fare le sue esperienze, magari solo per la paura di farci stare in pensiero. Più che bloccarla, vorrei trasmetterle una sana prudenza e il senso di responsabilità, affinché i suoi unici limiti siano dettati dalla sua testa, e mai dalle nostre paure di genitori.

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