Amsterdam, la geografia del ritorno

17 Set , 2026 - Blog

Amsterdam, la geografia del ritorno

Amsterdam è uno dei pochi luoghi al mondo in cui continuo a tornare senza avere la sensazione di rinunciare a qualcosa di nuovo.

Ci sono stato così tante volte da aver smarrito il conto. Ne conosco le curve dei canali, alcuni vicoli meno battuti, il tram da prendere quasi senza pensarci. So quali strade percorrere quando non ho voglia di arrivare da nessuna parte e come attraversare la città nel minor tempo possibile. Avrei potuto usare tutti quei ritorni per vedere altro, spostare ogni volta un po’ più avanti il confine della mia mappa personale. Eppure continuo a scegliere Amsterdam.

Ogni volta che esco da Amsterdam Centraal e l’aria fredda, umida, leggermente salmastra mi arriva addosso, riconosco la città e, nello stesso momento, mi accorgo di quanto ancora mi sfugga. Ci sono angoli che ricordo in un modo e che una certa luce restituisce diversi, strade che anni prima mi erano sembrate insignificanti e sulle quali adesso mi viene voglia di fermarmi. La familiarità mi aiuta a orientarmi, ma non mi risparmia le sorprese.

Non ritrovo mai esattamente la città che avevo lasciato, e nemmeno io torno a cercarla ogni volta per le stesse ragioni.

Il mito che avevo costruito

Amsterdam esisteva nella mia testa molto prima che riuscissi ad andarci.

Da bambino il mio idolo calcistico era Johan Cruijff. Nella squadra in cui giocavo, l’allenatore mi affidò la maglia numero 14 e mi spiegò a chi fosse appartenuta. Da lì arrivarono le vecchie videocassette consumate a forza di riguardarle e uno dei primi fili che, senza saperlo, avrebbero legato Amsterdam al mio immaginario.

Poi ci fu una cartolina dimenticata in un cassetto: uno scorcio dello Jordaan, le case strette affacciate sui canali, quell’ordine storto delle facciate che già allora mi sembrava bellissimo. Ogni tanto la tiravo fuori e tornavo a guardarla.

Infine arrivarono i racconti degli amici più grandi. Tornavano parlando di libertà, eccessi, avventure e possibilità. Con Internet cominciai a cercare la città da solo: fotografie, mappe, racconti, strade percorse attraverso uno schermo molto prima di poterle attraversare davvero. Amsterdam era diventata un desiderio costruito per accumulo, mettendo insieme frammenti che avevano poco a che fare tra loro e che, nella mia testa, avevano finito per appartenere allo stesso luogo.

Quando finalmente arrivai, alla fine di agosto di molti anni fa, ero con gli amici di sempre. Pioveva e ci perdemmo nella cerchia dei canali. Trovammo riparo sotto il portico di una casa, cercammo di capire dove fossimo finiti, sbagliammo nuovamente strada e passammo buona parte di quel pomeriggio a ridere sotto l’acqua. Io, intanto, continuavo a provare un déjà vu difficile da scrollarmi di dosso: non avevo mai percorso quelle strade, eppure mi sembravano familiari. Per anni avevo preparato dentro di me uno spazio destinato ad accoglierle.

Avrei potuto rimanerne deluso. Succede con i miti: li costruiamo così bene nell’immaginazione che la realtà, quando finalmente arriva, parte svantaggiata. È anche per questo che oggi cerco di non chiedere troppo a una destinazione prima ancora di averla vista, di lasciarle la possibilità di essere diversa da come l’avevo pensata.

Amsterdam lo fu, e non mi deluse. A vent’anni mi sembrò una città nella quale la libertà non avesse bisogno di essere continuamente proclamata. Mi colpirono il miscuglio di lingue e stili di vita, il pragmatismo, il modo in cui persone molto diverse sembravano condividere lo stesso spazio senza sentire il bisogno di spiegarsi troppo. Forse Amsterdam mi apparve così libera anche perché cercavo, senza saperlo fino in fondo, un luogo nel quale sentirmi libero.

Durante una di quelle passeggiate arrivai per caso lungo il Grimburgwal. Sul muro davanti a una panchina qualcuno aveva scritto soltanto due parole:

Love Me.

A vent’anni non hai nessuna voglia di essere razionale. Pensai davvero che quella scritta fosse lì per me, che la città inseguita per anni attraverso fotografie, cassette, racconti e fantasie avesse aspettato proprio quel momento per presentarsi.

E l’ho amata.

Beautiful reflection of Amsterdam canal houses at dusk.

Perché proprio Amsterdam

Negli anni ho capito che ciò che amo di Amsterdam riguarda soprattutto il modo in cui la città mi fa sentire dentro lo spazio. È una capitale, è densa, affollata, piena di visitatori, eppure raramente ho la sensazione che sia lei a decidere completamente il mio ritmo. Posso attraversarla in bicicletta, cambiare quartiere senza perdere un’ora dentro un’automobile, muovermi senza sentire continuamente che lo spazio urbano stia sottraendo tempo alla mia giornata.

Ci sono città nelle quali uscire alle sei del pomeriggio significa entrare in un ingorgo e consumare pazienza ed energia soltanto per spostarsi da un punto all’altro, impiegando mari 1 ora per fare un paio di chilometri. Ad Amsterdam mi capita invece di sentire che il tempo mi appartiene davvero, che tra il desiderio di fare qualcosa e il momento in cui la faccio ci siano meno ostacoli.

Poi ci sono le cose più piccole. Le finestre illuminate la sera, spesso prive di tende, attraverso le quali si intravedono tavoli apparecchiati, librerie, qualcuno che cucina. Quella forma di intimità domestica racchiusa nella parola gezelligheid, difficile da tradurre senza impoverirla, e che io ho sempre associato a un modo semplice di stare bene insieme.

Ci sono le giornate in cui smette improvvisamente di piovere, il sole compare quasi senza preavviso e i parchi si riempiono. Si sente odore di brace, la gente si siede sull’erba con gli amici e sembra prendere molto sul serio il fatto che una bella giornata, da quelle parti, non vada sprecata.

Per molto tempo ho visto soprattutto questa Amsterdam. Tornando, però, ho cominciato a conoscere anche ciò che rimaneva fuori dalle mie giornate di viaggio.

Le Amsterdam che convivono

Anni fa, quando pensavo seriamente di trasferirmi, uscii un paio di volte a bere una birra con una ragazza nata e cresciuta ad Amsterdam. Di una di quelle giornate ricordo soprattutto il tempo: mi ero svegliato con il sole, nel pomeriggio era arrivato un acquazzone e in serata si era rasserenato, anche se sembrava potesse ricominciare a piovere da un momento all’altro.

Andammo in un locale nella zona est, dove producevano delle birre molto buone, e le accompagnammo con formaggi e crocchette. Lei arrivò in bicicletta, con un cappotto lungo, ben coperta. Mi raccontò che quel pomeriggio la pioggia l’aveva costretta ad aspettare un bel po’ prima di poter pedalare verso casa. Era un contrattempo ordinario, ma dava alla bicicletta un significato che nelle mie passeggiate lungo i canali potevo permettermi di ignorare: per lei era anche il mezzo con cui rientrare dopo un acquazzone, quando magari avrebbe voluto essere già a casa.

Parlammo di lavoro, stipendi, case, amicizie e rapporti tra colleghi. Certo, non sono uno sprovveduto e sapevo già da me che vivere in un posto è ben diverso che visitarlo, ma attraverso la sua esperienza, la libertà che tanto amavo acquistava un rovescio più concreto. Nessuno si sarebbe interessato troppo a come fossi vestito, a chi frequentassi o al modo in cui avessi deciso di vivere; quella stessa distanza, però, poteva rendere difficile entrare davvero nelle vite degli altri. Il rispetto dello spazio personale poteva farti sentire libero e, nello stesso tempo, tenerti fuori.

Io tornavo per pochi giorni e raccoglievo soprattutto ciò che mi faceva stare bene. Lei abitava anche le ore che nei miei ricordi trovavano poco spazio: gli spostamenti necessari, il maltempo che intralcia i programmi, la fatica di costruire rapporti. Stavamo parlando della stessa città da posizioni diverse.

Negli anni ho cominciato a vedere qualcosa di quel resto anche per conto mio. Amsterdam è sempre stata molto turistica, ma in alcune zone del centro la presenza dei visitatori mi è sembrata sempre più invadente. A De Wallen riconosco soprattutto la ricerca di una versione immediata della città: eccesso, trasgressione, libertà senza conseguenze, consumo veloce.

Nell’ultima visita, a giugno, lungo il Damrak ho visto diverse persone senza dimora dormire sotto i portici del Beurs van Berlage. Poco distante, il vento trascinava incarti di cibo; bottiglie e bicchieri di plastica erano stati gettati o lasciati in giro. Mi è rimasta impressa quella parte di centro, molto più sporca e trascurata di come la ricordavo. Le persone che vi cercavano riparo mostravano una precarietà che il mio rapporto con Amsterdam aveva lasciato ai margini; nei rifiuti riconoscevo invece la traccia di un consumo aggressivo e poco rispettoso dello spazio comune.

Mi è dispiaciuto, ma anch’io contribuisco alla presenza turistica in città, per carità, non getto rifiuti in strada, ma ho la mia dose di responsabilità. Torno, dormo negli hotel, mangio nei ristoranti, utilizzo servizi, occupo spazio. Non divento meno turista perché conosco la strada per De Pijp, perché pedalo fino a Noord o perché preferisco passare una serata a Oud-West piuttosto che nel centro più affollato.

Ho semplicemente allargato, ritorno dopo ritorno, la mia Amsterdam. Il centro ha smesso di coincidere con la città e ho imparato a riconoscere altri ritmi, quartieri nei quali la quotidianità appare con maggiore evidenza, luoghi nei quali qualcuno torna perché fanno parte della sua vita. Rimango un visitatore, con il privilegio di poter dedicare allo stesso posto altro tempo, e poi altro ancora.

La giusta distanza

Per molto tempo ho pensato che avrei potuto vivere ad Amsterdam e non ho mai smesso del tutto di considerarlo. Col tempo, però, ho iniziato a chiedermi se una parte di ciò che amo della città non dipenda proprio dalla distanza che esiste tra noi.

Amsterdam è il luogo in cui alcune delle mie preoccupazioni sembrano perdere peso. Quando sono lì respiro in modo diverso: la tensione nei muscoli del collo si allenta, il cuore sembra tornare a un ritmo più umano. Cammino, pedalo, sento il vento in faccia e per qualche giorno certe cose rimangono abbastanza lontane da poterle osservare senza averle costantemente addosso.

Ma Amsterdam non ha mai dovuto sopportare la mia quotidianità.

Se decidessi di viverci, porterei con me anche il lavoro, le responsabilità, le abitudini e le paure. Dovrei cercare casa, costruire relazioni, affrontare giornate storte senza poter chiedere alla città di restituirmi ogni volta la leggerezza dei miei soggiorni. Anche lì ci sarebbero mattine nelle quali avrei voglia di essere altrove.

Forse perderebbe qualcosa della sua capacità di rigenerarmi. Oppure scoprirei che quella capacità non dipendeva affatto dalla distanza. Amsterdam è il posto in cui so di stare bene; non posso dire con la stessa certezza che sia il posto in cui saprei vivere bene.

È un’incertezza che non ha cancellato il desiderio. Mi ha fatto capire, piuttosto, che cosa comporterebbe seguirlo: permettere alla città che ho amato per anni di diventare quotidiana, lasciare che entri anche nelle parti meno felici della mia vita e scoprire quale rapporto riusciremmo a costruire allora. Potrei rimanerne deluso. Ma tutto il tempo trascorso a tornarci mi fa pensare che sarei disposto a correre quel rischio.

Tornare

Ogni ritorno mi ha permesso di cercare Amsterdam un po’ meno e di frequentarla un po’ di più. I musei e i canali hanno smesso di essere soltanto attrazioni e sono diventati riferimenti. Posso passare davanti a qualcosa di importante senza sentire l’obbligo di entrarci, percorrere una strada senza fotografarla, perdere una mattina senza chiedermi se avrei potuto utilizzarla meglio.

C’è anche nostalgia, naturalmente: di come mi sentivo le prime volte, dei vari momenti vissuti con le persone che mi hanno accompagnato, di quella sensazione di profonda libertà che mi dona fermarmi su una certa panchina. Ma tornare mi impedisce di lasciare Amsterdam ferma dentro quei ricordi. La città cambia, e cambia ciò che riesco a vederci. Quello che avevo amato può non esserci più, oppure posso essere io a non riconoscerlo nello stesso modo. Finora, anche quando mi ha deluso, ho continuato ad avere voglia di tornarci.

Per ora il nostro rapporto vive di questi incontri e della distanza che li separa. So che restare lo cambierebbe, e non saprei in anticipo quanto di ciò che amo resisterebbe alla vita di tutti i giorni. Eppure mi piacerebbe ancora scoprirlo.

Anni fa, su un muro, Amsterdam mi chiese di amarla. Da allora ha continuato, in qualche modo, a chiedermi di tornare.

Se un giorno dovesse chiedermi di restare, credo che sarebbe molto difficile dirle di no.

Roberto Scarapazzi


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2 Responses

  1. Grazie Roberto, non sono mai stato ad Amsterdam ma grazie a te la metterò in lista nei miei viaggi futuri.
    Mi hanno colpito moltissimo le tue parole.

    Giovanni

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