
Vogliamo viaggiare in modo autentico.
Lo diciamo continuamente.
Cerchiamo villaggi autentici, ristoranti autentici, esperienze autentiche. Chiediamo di uscire dai circuiti turistici, mangiare dove mangiano i locali, incontrare popolazioni lontane dal turismo di massa.
Possibilmente dormendo bene, con il bagno privato, una guida che parli la nostra lingua, l’auto ad aspettarci e un programma che ci garantisca di vedere tutto quello per cui abbiamo attraversato mezzo mondo.
Non c’è nulla di male.
Il problema comincia quando siamo noi a voler conservare ogni comodità, ma pretendiamo che siano gli altri a rinunciare alle proprie per rendere più autentico il nostro viaggio.
L’autenticità che avevamo immaginato
Forse abbiamo confuso l’autenticità con la corrispondenza.
Ci sembra autentico ciò che assomiglia abbastanza all’immagine che avevamo costruito prima di partire.
Una capanna ci convince più di una casa in cemento. Un abito tradizionale più di una maglietta occidentale. Una donna che prepara il cibo sul fuoco appartiene perfettamente al viaggio che avevamo immaginato; suo figlio che prende in mano un telefono rischia già di incrinare qualcosa.
Eppure perché dovrebbe essere diversamente?
Attraversiamo migliaia di chilometri per incontrare persone diverse da noi, salvo poi sorprenderci quando scopriamo che possono desiderare le stesse cose che abbiamo desiderato noi: studiare, comunicare, guadagnare meglio, spostarsi più facilmente, possedere ciò che rende la vita meno faticosa.
C’è qualcosa di sottilmente coloniale nello sguardo con cui a volte cerchiamo l’“autentico”.
Noi arriviamo dal mondo moderno. Loro dovrebbero possibilmente aspettarci in quello antico.
Noi possiamo evolvere. Loro ci affascinano finché restano come ce li siamo immaginati.
I villaggi Himba della Namibia sono ancora autentici?
Basta cercare informazioni su questi villaggi in Namibia per incontrare prima o poi la domanda.
Quali sono quelli autentici?
Nei forum alcuni viaggiatori raccontano di villaggi percepiti come troppo organizzati per il turismo, di vendite insistenti, fotografie e dimostrazioni preparate per i visitatori. Altri fanno una distinzione tra comunità più remote del fiume Kunene e insediamenti vicini ai circuiti più frequentati. Altri ancora contestano alla radice la domanda: gli Himba sono Himba anche quando vendono qualcosa a un turista.
Ed è probabilmente qui che la questione diventa interessante.
L’etnia degli OvaHimba non sono rimasti immobili mentre il resto del pianeta avanzava. Nella zona di Opuwo tradizione e modernità convivono apertamente; gli stessi enti turistici namibiani descrivono comunità nelle quali mostrare abiti, cosmetici, abitazioni e artigianato ai visitatori costituisce anche un’opportunità economica. L’uso dei telefoni cellulari tra gli Himba, inoltre, è documentato da anni.
Allora la domanda cambia.
Quando esattamente un Himba smette di essere abbastanza Himba?
Quando possiede un telefono?
Quando vende un bracciale?
Quando comprende che quell’uomo arrivato dall’Europa è disposto a pagare per fotografare qualcosa che per lui appartiene alla vita quotidiana?
E soprattutto: chi dovrebbe stabilirlo?

Forse cerchiamo uno zoo
È una provocazione, naturalmente.
Ma qualche volta il nostro desiderio di autenticità gli somiglia più di quanto sarebbe piacevole ammettere.
Vorremmo entrare in un luogo, osservare persone che continuano a vivere secondo tradizioni antiche, fotografarle e ripartire soddisfatti perché nulla di ciò che abbiamo visto sembrava contaminato dalla nostra presenza.
Peccato che anche gli zoo — teatri macabri proprio perché costruiscono l’illusione di osservare qualcosa nel suo ambiente a discapito della libertà degli animali — non siano autentici.
Le persone, fortunatamente, reagiscono alla nostra presenza.
Se migliaia di viaggiatori cominciano a raggiungere un villaggio, è difficile pretendere che chi ci vive rimanga completamente disinteressato al fenomeno e al denaro che può generare.
Anzi, sarebbe piuttosto strano il contrario.
Questo non significa che qualsiasi esperienza turistica sia rispettosa delle comunità locali e delle loro tradizioni. Esistono rappresentazioni degradanti, incontri costruiti esclusivamente per soddisfare lo sguardo del visitatore e forme di turismo nelle quali esseri umani finiscono effettivamente trasformati in attrazioni.
Ma una rappresentazione, una messa in scena di un ballo tribale ad esempio, non è necessariamente una menzogna.
Dovremmo saperlo bene noi italiani.
In moltissimi piccoli comuni celebriamo una o due volte l’anno riti, mestieri e usanze che un tempo appartenevano alla quotidianità e oggi non esistono più nello stesso modo. Li trasformiamo in feste, rievocazioni, processioni, sagre. Nessuno pretende che il fabbro debba lavorare ogni giorno come nel Settecento perché la dimostrazione sia culturalmente significativa.
Perché allora, dopo un volo intercontinentale, ci aspettiamo che una danza tradizionale debba apparire spontaneamente davanti ai nostri occhi?
Forse perché abbiamo pagato molto per arrivare fin lì.
O forse perché non vogliamo che la realtà rovini l’idea che avevamo comprato del luogo.
L’autenticità che siamo disposti a sopportare
C’è poi una verità meno comoda.
Se vogliamo aumentare la possibilità che accadano incontri non preparati per noi, dobbiamo anche viaggiare in modo da permettere che accadano.
Serve tempo.
Bisogna poter percorrere una strada per ore senza la certezza che alla fine ci sia qualcosa da vedere. Dormire dove capita che non esista un bagno privato. Talvolta dove il bagno non esiste affatto. Accettare giornate apparentemente vuote, deviazioni, silenzi, incomprensioni.
E soprattutto smettere di pretendere che ogni giornata debba ricompensare il prezzo del viaggio.
Immagino un uomo che viaggia così.
Ha dormito in tenda. La mattina accende un piccolo fornello e prepara il caffè. Qualcuno del posto si avvicina. Non parlano la stessa lingua. Lui indica la caffettiera, l’altro sorride.
Bevono un caffè insieme.
Non succede praticamente niente.
Qualche parola incomprensibile, uno sguardo, forse una risata. Poi un cenno del capo e ognuno continua la propria giornata.
Nessuna guida avrebbe potuto inserire quell’incontro nel programma delle 9.30.
Ed è proprio questo il punto.
Non perché quel caffè sia necessariamente più nobile di una visita organizzata, ma perché le condizioni che permettono l’imprevisto sono diverse da quelle che garantiscono un viaggio efficiente.
Volere entrambe le cose sempre, nello stesso momento, è probabilmente una pretesa.

Tradizione non significa immobilità
Forse dovremmo allora smettere di cercare persone autentiche e cominciare a cercare tradizioni, storie e modi di vivere.
È diverso.
Una tradizione può essere raccontata, rappresentata, tramandata e perfino ricostruita senza pretendere che chi la custodisce rimanga prigioniero del passato.
Possiamo chiedere chi organizza una visita, chi ne beneficia, quanto la comunità sia libera di decidere cosa mostrare. Possiamo scegliere esperienze che abbiano rispetto per le persone invece di limitarsi a esporle.
E possiamo concedere loro qualcosa che concediamo continuamente a noi stessi: il diritto di cambiare.
Continuo ad amare i luoghi poco turistici.
Continuo a desiderare incontri inattesi, strade fuori rotta, conversazioni improbabili e giornate delle quali non conosco già il finale.
Probabilmente continuerò persino a usare la parola “autentico”.
Solo che oggi quella parola mi interessa meno come giudizio su ciò che trovo e molto di più come domanda sul modo in cui lo guardo.
Forse l’autenticità non consiste nel trovare un luogo rimasto abbastanza indietro da assomigliare alle fotografie che ci hanno convinto a partire.
Forse consiste nell’accettare che quel luogo sia andato avanti anche senza di noi.
Che una tradizione possa sopravvivere accanto a un telefono. Che una danza possa essere preparata e continuare comunque a raccontare qualcosa. Che una persona possa indossare abiti antichi e desiderare una vita diversa da quella che noi troviamo così affascinante.
Il viaggio, in fondo, non dovrebbe servire a verificare se il mondo è rimasto fedele alle nostre aspettative.
Dovrebbe fare esattamente il contrario.
Metterle in crisi.
E lasciarci tornare a casa con qualche certezza in meno su ciò che è autentico — e forse con un po’ più di rispetto per il diritto degli altri di decidere cosa esserlo significhi per loro.
Roberto Scarapazzi