Siamo tutti turisti!

Nel momento stesso in cui ci spostiamo dal nostro Paese per scoprirne un altro, diventiamo senza alcun dubbio dei turisti. Non esistono definizioni alternative capaci di salvarci da questa condizione, né etichette più nobili in grado di renderci qualcosa di diverso. Possiamo chiamarci viaggiatori, esploratori, nomadi digitali, ma la realtà resta la stessa: stiamo vivendo un luogo che non è il nostro, per un tempo limitato, con uno sguardo inevitabilmente parziale.

Non potremo mai sentirci davvero parte di un luogo se non lo viviamo in profondità. Vivere davvero significa contribuire a quel Paese, alla sua economia, alla sua struttura sociale. Significa lavorarci, affrontarne la burocrazia, fare file agli uffici, pagare le bollette, restare bloccati nel traffico tornando a casa dal lavoro, fare la spesa, stringere relazioni che durano anni. Senza tutto questo, ciò che sperimentiamo resta un frammento, per quanto intenso. È sempre qualcosa di incompleto.

Per questo motivo tendiamo a idealizzare. Ci basiamo sulle nostre impressioni, spesso condizionate dal confronto: lì c’è il mare, qui solo distese di cemento; lì il tempo sembra rallentare, qui tutto corre. Oppure ci affidiamo ai racconti delle persone che incontriamo lungo il viaggio, che attraverso i loro filtri provano a trasmetterci cosa significhi vivere in quel Paese. Ma una cosa è farsi raccontare, un’altra è trovarsi immersi in quelle routine, affrontarne le difficoltà e i momenti positivi. Senza questo, l’immagine che costruiamo resta inevitabilmente riduttiva.

È per questo che resteremo sempre turisti. Che si scelga una capitale affollata o una località di mare famosa, oppure che si decida di decentrare l’esperienza evitando luoghi mainstream per spingersi verso province e realtà meno conosciute, il nostro ruolo non cambia. Siamo estranei che si avvicinano a una realtà diversa con l’intento di vedere, ascoltare, vivere qualcosa di nuovo. Ma restiamo estranei. Questo non ci rende turisti peggiori, ma non ci rende nemmeno viaggiatori migliori.

El Nido, una delle destinazioni più visitate delle Filippine.

Il paradosso della fuga dai luoghi turistici

Negli ultimi anni questo concetto si è trasformato in un vero e proprio paradosso. Sempre più spesso mi viene chiesto di organizzare viaggi evitando i luoghi turistici. Sui social si assiste a una continua denigrazione di destinazioni considerate troppo turistiche, quindi affollate, quindi non degne di essere vissute. La soluzione proposta sembra essere sempre la stessa: dirottare il turismo verso luoghi di provincia, piccole realtà più tranquille, apparentemente incontaminate, nella convinzione che questo possa rappresentare una risposta all’overtourism.

Io credo invece che sia soltanto il principio di una nuova trasformazione.

La storia del turismo lo dimostra chiaramente. Boracay, prima degli anni Ottanta, era un’isola di palme e spiagge incontaminate. Oggi è una delle destinazioni turistiche più sviluppate delle Filippine. Non è successo per caso, ma attraverso un processo graduale fatto di narrazione, promozione, investimenti e desiderio di scoperta. È lo stesso meccanismo che oggi osserviamo in molte altre realtà.

Un esempio è Port Barton, spesso raccontata come una destinazione slow, più compassata, frequentata da una tipologia di turismo che ricerca ritmi lenti e un contatto più diretto con il territorio. Ed è vero: oggi Port Barton accoglie ancora questo tipo di viaggiatori. Ma è altrettanto vero che si trova già dentro un processo di trasformazione che non ha alcuna intenzione di fermarsi. Nei prossimi anni questo cambiamento non potrà che accelerare, rendendola progressivamente non così diversa da altre località di Palawan già pienamente inserite nei circuiti turistici internazionali.

Oggi ci si siede all’ombra delle palme, si osservano i pescatori rientrare dalla battuta di pesca, si beve uno smoothie al mango guardando il mare. Ma spesso lo si fa accanto a un altro turista occidentale, condividendo un’esperienza che, pur affascinante, è già parte di una rappresentazione costruita anche per chi arriva da fuori. Ed è così che un luogo diventa turistico: non perché perda valore, ma perché entra in una nuova fase del suo ciclo.

Turismo consapevole significa gestione, non evitamento

A quel punto inizia un nuovo esodo. Si abbandona la destinazione ormai considerata “rovinata” per cercarne un’altra ancora più remota, ancora più pura. Un atteggiamento che in alcuni casi assume tratti quasi coloniali: territori agricoli o rurali che si trovano improvvisamente a dover gestire flussi di backpacker, nomadi digitali ed esigenze turistiche per cui non erano nati. Realtà che si reinventano, modificano le proprie abitudini e adattano il territorio. Spesso questo non è nemmeno un dramma per i local, che iniziano a guadagnare di più e a speculare legittimamente su questa nuova curiosità. Ma ciò che era autentico diventa progressivamente una scenografia, una bella immagine da vendere.

La verità è che non possiamo davvero sottrarci a questo sistema. Viaggiare è diventato più accessibile e sempre più persone scelgono di spostarsi per turismo. Pensare che la soluzione sia evitare i luoghi turistici è un po’ come le famose partenze intelligenti: partiamo tutti di notte per evitare il traffico e finiamo comunque imbottigliati, solo a un orario diverso.

Il turismo non si può eliminare. Si può solo gestire.

Viaggiare in modo consapevole non significa evitare i luoghi turistici, ma viverli con il giusto tempo, accettando la loro complessità e il loro valore. Significa capire che se un luogo è turistico, molto spesso è perché ha un’importanza storica, culturale o naturalistica straordinaria. Privarsene per principio significa rinunciare a comprendere una parte fondamentale del mondo che ci circonda.

Ho vissuto le Filippine con consapevolezza, attraversando luoghi fortemente turistici e realtà più remote. Tutti mi hanno dato qualcosa, ognuno a modo suo. Non sono affatto pentito dei giorni trascorsi a Boracay, così come non dimentico le esperienze vissute in contesti più provinciali e rurali. È sempre una questione di approccio e di apertura mentale, non di evitamento.

Possiamo continuare a sentirci viaggiatori, ma senza la presunzione di essere migliori degli altri. Non esiste un modo giusto o sbagliato di viaggiare. Esiste solo la consapevolezza. E rifiutare un luogo solo perché è diventato turistico significa, spesso, non aver davvero compreso il senso del viaggio.

Roberto Scarapazzi.

4 commenti su “Siamo tutti turisti!”

  1. Giovanni Inghilterra

    Complimenti Roberto, un bell’articolo 👏👏.
    È vero ” non esiste un modo giusto o sbagliato di viaggiare”.
    Viaggiare con consapevolezza fa la differenza.

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